Il neodegasperismo renziano. E’ uno spazio vincente per i nuovi dem

Non credo che il conflitto in atto tra le diverse generazioni dei democratici d’ispirazione cristiana (preferisco questa definizione a quella ormai troppo ambigua di “cattolici democratici” o “ex popolari”) sia a bassa intensità, come scrive Claudio Cerasa. E’ piuttosto il nodo di uno scontro diventato politico con la candidatura a premier di Matteo Renzi, che ho avuto la fortuna di vedere crescere nel movimento dei giovani Popolari degli anni Novanta di cui sono stato presidente nazionale e lui leader fiorentino. di Mario Adinolfi
11 AGO 20
Immagine di Il neodegasperismo renziano. E’ uno spazio vincente per i nuovi dem
Non credo che il conflitto in atto tra le diverse generazioni dei democratici d’ispirazione cristiana (preferisco questa definizione a quella ormai troppo ambigua di “cattolici democratici” o “ex popolari”) sia a bassa intensità, come scrive Claudio Cerasa. E’ piuttosto il nodo di uno scontro diventato politico con la candidatura a premier di Matteo Renzi, che ho avuto la fortuna di vedere crescere nel movimento dei giovani Popolari degli anni Novanta di cui sono stato presidente nazionale e lui leader fiorentino. Quel movimento, autonomo dal Ppi e nato persino prima del partito, ha forgiato un nucleo di dirigenti politici confluiti oggi nel Pd di cui Matteo è interprete e ormai campione.
Cerasa coglie il punto descrivendo il gruppo di vertice di quel Ppi come composto ormai da una serie di “figurine” trasformate in foglia di fico utilizzate per coprire la matrice sostanzialmente socialista del Pd emerso dalle primarie 2009. Con la sconfitta di Dario Franceschini nella contesa con Pier Luigi Bersani veniva ammainato l’ultimo tentativo di resistere alla tentazione egemonica dei pidiessini. Ma in realtà i vari Marini e Castagnetti, Bindi e Letta, avevano ripiegato la bandiera all’inizio del secolo, quando dichiararono chiusa l’esperienza del Ppi.
L’essersi formati tra i giovani Popolari consegnava invece alla generazione successiva dei nati dopo il 1970 una determinazione identitaria diversa, che ha sempre considerato inaccettabile la resa prima di tutto culturale all’egemonia socialista da noi ritenuta inadatta a interpretare i bisogni presenti e futuri in particolare delle giovani generazioni. Renzi è figlio di quella determinazione e basta vedere qualche registrazione reperibile su Internet delle trasmissioni in cui l’ho invitato negli anni successivi alla fine del Ppi per presentare il suo libro più eloquente per rendersene conto. Il titolo? Tra De Gasperi e gli U2.
E qui c’è il punto pienamente colto da Cerasa. Renzi è un degasperiano nel respiro e nella visione politica. I dossettiani, colpevoli di essere tiepidi e timidi, sono stati travolti. Non è qualcosa che sta accadendo oggi con le primarie 2012: è già accaduto. Il neodegasperismo di Renzi è invece vivace e vincente, a patto di non definirlo banalmente come “liberismo”. Lasciamo questa semplificazione rozza a Stefano Fassina e a chi incredibilmente crede ancora nel partito di classe legato ai bisogni dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato (i giovani turchi direbbero “gli operai”). Il neodegasperismo renziano parte da un principio: non è lo Stato a determinare ciò che è pubblico, le opzioni stataliste sono deboli, il pubblico deve essere efficiente e può benissimo beneficiare del privato.
Le tre parole chiave degli show di Renzi in giro per l’Italia (“Europa, futuro, merito”) sono una declinazione neodegasperiana, non liberista ma di certo in conflitto con la visione turco-socialista per il quale la meritocrazia è una bestemmia, l’Europa un pericolo, il futuro un rischio inutile perché il passato è la lezione migliore. Matteo Renzi, nipote di De Gasperi e figlio del tempo della rete (il nuovo corpo mistico paolino, ma qui il discorso ci porterebbe lontano), declina uno spazio politico praticabile e vincente per i democratici d’ispirazione cristiana che hanno al centro della propria visione i bisogni della persona e non delle masse indistinte che per fortuna non esistono più.
di Mario Adinolfi (deputato del Pd)